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Viaggiatori e Artisti – Artigianato&Aperitivo 2021

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

17 NOVEMBRE 2021 | VIAGGIATORI E ARTISTI – BOTTEGAD’ARTE DI SILVIA SALVADORI

 

Si vede Arezzo in cui si direbbe che nulla è cambiato dal secolo di Dante” | Stendhal (Henri Beyle) – 1829

 

Piero della Francesca: un gigante dell’arte italiana e mondiale, un genio assoluto del pennello e dell’affresco, un artista apprezzato e ammirato da moltissime persone.

Pittori, scultori, galleristi, scrittori, poeti, ricercatori, commercianti d’arte, frequentatori di musei, appassionati d’arte; grandi personalità e umili uomini del popolo viaggiavano da città e paesi italiani, per vedere dal vivo i capolavori immortali non solo di un artista eccelso, ma anche di un maestro, una guida sicura, un autorevole compagno di viaggio nel cammino impervio della vita.

Concluderemo con la visita alla Bottega d’arte di Silvia Salvadori dove scopriremo la storia dell’azienda, delle tecniche e la quotidianità di un artigiano nel nuovo millennio.

Alla fine del tour, aperitivo per tutti.

 

Inizio ore 18.00 | Iniziativa riservata ai soli soci Unicoop Firenze

Verificare prima della prenotazione l’applicazione del decreto legge n. 105 del 23 Luglio 2021 sulla necessità di essere in possesso della certificazione verde Covid 19 (Green Pass). La prenotazione è obbligatoria e soggetta a disponibilità limitata di posti. Il costo dell’aperitivo è di 10 euro.

 

Informazioni precise su orario e luogo di incontro verranno forniti dopo la prenotazione.

 

Per prenotazioni – www.andareazonzo.com

 

 

Un progetto realizzato da:

Unicoop Firenze | Artex | Regione Toscana | CNA Toscana | Confartigianato Toscana | Andare a Zonzo

Mirabilia d’Oro e d’Argento – Artigianato&Aperitivo 2021

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10 NOVEMBRE 2021 | MIRABILIA D’ORO E D’ARGENTO – BOTTEGA MARIA SOLE GIOIELLI

 

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.” Marcel Proust.

L’etimologia della parola meraviglia è tutta latina e precisamente si riallaccia al plurale neutro di mirabilia che stava a significare cose stupefacenti, sorprendenti straordinarie.

Andremo alla scoperta di alcune delle meraviglie presenti nel centro storico di Arezzo, le guarderemo con gli occhi, ma ricreeremo con la mente immagini che assumono un ruolo di metafore visive.

Concluderemo con la visita con la Maria Sole Gioielli dove scopriremo la storia dell’azienda, delle tecniche e la quotidianità di un artigiano nel nuovo millennio.

Alla fine del tour, aperitivo per tutti.

 

Inizio ore 18.00 | Iniziativa riservata ai soli soci Unicoop Firenze

Verificare prima della prenotazione l’applicazione del decreto legge n. 105 del 23 Luglio 2021 sulla necessità di essere in possesso della certificazione verde Covid 19 (Green Pass). La prenotazione è obbligatoria e soggetta a disponibilità limitata di posti. Il costo dell’aperitivo è di 10 euro.

 

Informazioni precise su orario e luogo di incontro verranno forniti dopo la prenotazione.

 

Per prenotazioni – www.andareazonzo.com

 

 

Un progetto realizzato da:

Unicoop Firenze | Artex | Regione Toscana | CNA Toscana | Confartigianato Toscana | Andare a Zonzo

 

La cucina di Arezzo

 

QUALCHE NOTA ANTROPOSTORICA SULLA CUCINA TOSCANA – AREZZO

Testo prof. Franco Cardini

 

Ad Arezzo, la città della misteriosa Chimera, D’Annunzio dedicò i primi quattro sonetti della collana La città del silenzio, in un tempo – oltre un secolo fa – nel quale in effetti l’invadente turismo che riempie la Toscana d’oggi era inimmaginabile. Eppure, ancor oggi, a parte il richiamo degli affreschi di Piero della Francesca o l’autunnale kermesse della Giostra del Saracino, la città che Dante aveva descritto come abitata da “bòtoli ringhiosi” è restata in disparte, sfiorata ma non investita dal flusso del turismo mordi-e-scappa, isolata tra la pianura afosa e un tempo paludosa della Chiana e i boschi del Casentino, con il Trasimeno che brilla in lontananza e le belle Siena e Perugia che “da sempre” minacciano di assalire il suo territorio. E’ stato detto che Arezzo è toscana nella stessa misura in cui Perugia è umbra, e che in fondo le due città potrebbero scambiarsi di regione senza perdere i loro connotati: lo si vede bene a Cortona, che è un po’ il risultato di questa vicinanza, di questa struggente “contaminazione”. Il triangolo Arezzo-Siena-Perugia è una specie di subregione a parte, che sfuma tra Toscana ed Umbria con un forte aroma del vicino Lazio. Questo teorema si potrebbe adeguatamente svolgere ragionando appunto di cibo. E di vini.

Tutte le città sono strettamente collegate al rispettivo territorio: è lapalissiano il dirlo. Tuttavia Arezzo lo è in modo particolare. Dopo la bonifica della Valdichiana, e con il Trasimeno  che si va prosciugando, la sua vecchia cucina ricca di pesce di lago e di palude e di cacciagione si è andata perdendo, mentre la varietà delle zuppe e delle minestre che per secoli hanno attutito l’antica fame dei contadini si è andata stemperando in una serie di varianti poco diverse tra loro, “panzanelle” (che in qualche ristorante sono ormai etichettate, in modo che fa un po’ sorridere, come Tuscan Bread Salad) un tempo inventate principalmente per smaltire il pane raffermo (dal momento che “quanto alla roba da mangiare, non si butta via nulla”) e “acquecotte”. Nella cucina di Arezzo, nella quale convergono tradizioni e materie prime provenienti dalle bassure chianine e dalle alture casentinesi, primeggiano i prodotti semplici e di ottima qualità, come i prosciutti stagionati e i salumi essiccati (con qualche sperimentazione interessante nel campo di quelli cotti e addirittura affumicati), nonché le carni – anche selvaggina: il cinghiale vi ha un ruolo di spicco, al quale si sono ormai aggiunti capriolo e perfino cervo – nelle tradizionali cotture alla brace e  al forno e nelle non meno tradizionali preparazioni dello spezzatino e dello stufato nelle quali rispetto al medioevo sono magari diminuite le spezie ma si è aggiunto il pomodoro, mentre costante resta il vino. Una florida attività tradizionale ma anche innovativa ha riqualificato tutto il settore degli affettati-insaccati raggiungendo livelli molto alti per qualità e varietà, nonché  quello dei formaggi con l’annessa gamma dei mieli, delle salse di frutta e di verdure, delle mostarde. E ormai anche i vini e gli oli aretini hanno raggiunto livelli che non hanno più nulla da invidiare a quelli, più famosi, del Fiorentino, del Senese e di Lucchesia.

Ma la regina della tavola aretina, per quanto si faccia un po’ più rara data la lunghezza della preparazione e forse i pregiudizi dietetici è la “scottiglia”. Uno stufato lentissimo, che dev’essere preceduto da marinate sapienti delle carni – nel limone, nell’olio, nell’aceto, nel vino –  e che conosce una varietà infinita di preparazioni quanto alla base (in genere un soffritto d’olio extravergine, d’aglio e di “odori” tra i quali prevalevano alloro e dragoncello) cui si aggiungono aglio, cipolla, patate, carote  – qualcuno ama metterci anche rape, o mele, o pomodori pelati e pestati, frutta secca o fresca minutamente tagliata o pestata al mortaio; poi occorre una buona quantità di  vino rosso (si usa in genere Chianti o anche semplicemente Sangiovese), a proposito del quale non si deve cedere alla taccagna dicerìa secondo al quale il vino usato per cucinare può essere anche di qualità mediocre. Non dico di usare le grandi annate, però migliore è il vino più ragguardevole il risultato.

E poi, le carni, che vanno aggiunte alla composta d’olio, vino e verdure . La scottiglia è un cacciucco di terra: come tale è nato senza dubbio per utilizzare, mediante lunghe cotture e abili condimenti, anche carni fino a un certo punto di scarto: che cominciavano a invecchiare, ch’erano di animale vecchio e quindi un po’ dure eccetera. Esattamente come il cacciucco preparato appunto con quel che restava in fondo alle reti. Una volta si attingeva per farlo soprattutto  al cortile: il che significava che la scottiglia arcaica era essenzialmente pollo, papero, anatra, coniglio; varianti di cacciagione come lepre e magari cinghiale dovettero entrarci per tempo; il cinghiale dovette aprir la strada al maiale, che poi vi entrò alla grande (ma attenzione, ché il maiale d’un tempo era molto più selvatico e affine al maiale di quanto oggi non si sia abituati a pensare). Mi sembra di poter dire che cappone e tacchino erano evitati e che no si usava aggiungere al composto certi tipi di caccia avicola (starne o fagiani). Rigorosamente esclusa la carne di asino e di cavallo, il consumo della quale in Toscana non era del resto frequente come in altre regioni. Infine sono arrivati i bovini: vitello e manzo, tanto più diffusi quanto più si sono moltiplicati gli allevamenti da macello, un tempo non diffusi.

Anche la discussione sull’esito della pietanza, sul suo carattere di “stufato” o di “spezzatino”, continua a generare polemiche: in linea di massima si dovrebbe optare per la seconda di tali scelte, vale a dire preparare la scottiglia in recipienti meglio se di coccio ma a fuoco vivo lentissimo e a chiusura non  ermetica. Casi di scottiglia passata al forno o cotta in tegame rigorosamente chiuso (quindi “stufata”) sono ormai comunque frequenti e l’uso li ha legittimati.

Insomma, più che una pietanza la scottiglia è un rito, come la preparazione del portentoso medicinale a base di carne di serpenti, la teriaca, che un tempo era gloria della farmacopea della Serenissima repubblica di San Marco. Diciamo che gustare una buona scottiglia è una fortuna; partecipare alla sua preparazione un raro privilegio, che può condurre a una perfetta esperienza.

Anghiari, il borgo sospeso nel tempo

Nel teatro naturale della Valtiberina, la sapienza dei monaci camaldolesi concepì più di mille anni fa il borgo medievale di Anghiari.
Questa cittadina fortificata ha mantenuto inalterato il suo aspetto antico, integrandosi perfettamente al paesaggio circostante.

La provincia di Arezzo è infatti un universo intriso di sacralità e disseminato di abbazie, piccole chiese, monasteri, testimonianze della fede e della sua aderenza alla vita quotidiana della gente. Anghiari è l’icona della concordanza tra architettura medievale, spiritualità e talento dei suoi artigiani.

Nella memoria del viaggiatore si imprimono immagini indelebili: i bastioni, il cassero, la torre dell’orologioPalazzo Pretorio, il museo di storia e arte locale in Palazzo Taglieschi. Ma l’emozione più grande è giungere là dove tutto ha avuto inizio e le tradizioni millenarie si rispecchiano nella spontaneità dei gesti. Microbotteghe affacciate su ripide strade ospitano i protagonisti del saper fare e i loro manufatti: mobili con intarsi ed intagli ispirati ad antichi paesaggi, tessuti lavorati al telaio che danno vita ad asciugamani, tovaglie e incantevoli centrotavola.

L’artigianato artistico di Anghiari è come il suo panorama: generoso e durevole nel tempo. Le schede degli artigiani vi offrono ulteriori dettagli.

Sansepolcro

Orafi e tessitori nella “novella Gerusalemme”

A Sansepolcro è la seconda domenica di settembre. Lo squillo delle chiarine risuona in Piazza Torre di Berta, i tamburi rullano, la voce dell’araldo vibra nell’aria. (altro…)

Monte San Savino

Ornamentale e funzionale: le parole d’ordine per ceramiche e abiti sartoriali

Contesa in epoca medievale tra aretini, senesi, perugini e fiorentini, Monte San Savino è ancora oggi oggetto di desiderio. (altro…)

Arezzo centro

Dove l’essenziale è visibile agli occhi

In molti si domandano se esiste ancora una Toscana autentica, integra e un pò mistica. Quella Toscana che scrittori e artisti hanno deposto nell’immaginario comune in brevi e corpose pennellate. (altro…)

Subbiano

Ferro battuto e legno: bellezza al naturale del Casentino

A Subbiano la capacità di dosare leggerezza e consistenza, rusticità e raffinatezza è una dote che gli artigiani hanno interiorizzato. (altro…)

Cavriglia – Loro Ciuffenna

Tu chiamale se vuoi…emozioni

Cavriglia sorge a guardia del confine tra Valdarno e Chianti. Il suo territorio offre molte attrazioni che la natura e l’uomo hanno plasmato nei secoli (altro…)

Stia – Castel San Niccolò

Nel museo a cielo aperto del Casentino

Due anime, due materie tra loro contrapposte solcano la storia di Stia e di tutto il Casentino.  Da un lato la lana e il rustico  panno Casentino, dall’altro la coriacea essenza della pietra serena. (altro…)